... DOMANDE IN ATTESA DI RISPOSTE...

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La tentazione è stata forte. Ma alla fine abbiamo preferito non esasperare i toni, forti della consapevolezza che la cultura della delegittimazione e delle ingiurie gratuite non ha mai fatto parte del vocabolario dell’AIAS.
Questo però non ci esime né ora né in futuro, dal difenderci in tutte le sedi opportune, dalle solite, vecchie tattiche del muretto a secco. Il silenzio spesso è d’oro ma a tutto c’è un limite. Ancora con le solite notizie false. Ancora con accuse e fango gettato sull’altare di una notorietà personale che certi personaggi in cerca d’autore professano come fede assoluta.
Non è più possibile continuare a sentire le solite banalità, camuffate da “vertenze sindacali” e sopportare comportamenti sicuramente gratuiti ed altrettanto gravi che l’AIAS continuerà a contrastare e combattere. Se ne facciano una ragione. Se un dipendente commette delle gravi scorrettezze nei confronti dell’Azienda e soprattutto dei pazienti, deve sapere che pagherà delle conseguenze per le sue azioni, qualunque esse siano. L’Azienda ha il pieno e totale diritto e dovere di autotutelarsi.
Essere “sindacalisti” non vuol dire poter fare e dichiarare quello che si vuole. Protestare è lecito, ma insultare e lanciare accuse gratuite no. E quando questo avviene, con i soliti mezzucci, la calda coperta “sindacale” diventa troppo corta per poter coprire chi continua individualmente a lanciare proclami da guerra Santa senza avere nessun seguito.
Troppo comodo stare alla finestra e agitare bandiere. Troppo facile giocare al “tanto peggio, tanto meglio”.
Perché non hanno mai mosso un dito i soliti noti personaggi in cerca d’autore, quando l’AIAS chiedeva solidarietà per avere ragione dei suoi diritti?
Dove stavano quando bisognava risolvere la vertenza sulle tante entrate che ancora la Regione deve all’Associazione?
Perché il continuo gioco sporco per il gusto di vedere distrutta una Associazione che opera pienamente in difesa dei più deboli da oltre 50 anni?
Domande che sono in attesa di risposte. Noi siamo qui.




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